Da Arrivabene a Binotto non cambia nulla: la Ferrari non è da Mondiale

I problemi della Ferrari con Binotto hanno riportato alla mente la gestione Arrivabene di qualche anno fa. E i punti in comune sono pochi ma fondamentali.

Una lezione da imparare. E alla svelta. La Ferrari in Ungheria ha davvero subìto un duro colpo alle proprie ambizioni mondiali. La Rossa fuori dal podio per il secondo GP consecutivo non solo ha perso punti in classifica, ma ha visto Red Bull e Mercedes dargli una lezione importante: non basta avere la vettura migliore per portare a casa una gara. E’ tutto il pacchetto (squadra e strategie) a fare la differenza a questi livelli. E la scuderia di Maranello per ora non è all’altezza. Una situazione questa che non va giù ovviamente ai tifosi, che dopo la gara hanno fatto esplodere tutta la loro insoddisfazione, chiedendo la testa di Mattia Binotto.

Arrivabene e Binotto in Ferrari (ANSA)
Arrivabene e Binotto in Ferrari (ANSA)

Voci di corridoio per nulla confermato parlano di una insoddisfazione crescente da parte del “gran capo” John Elkann, che potrebbe mettere mano a questa situazione in tempi brevi, non dovessero migliorare le cose. Una situazione che ricorda molto quella vissuta dalla Ferrari qualche anno fa con un altro team principal molto chiacchierato come Maurizio Arrivabene, oggi invece dirigente prestato al calcio (è infatti alla Juventus sempre della famiglia Elkann).

Arrivabene-Binotto: stili diversi ma finale simile

A ben vedere Binotto e Arrivabene non è che abbiano troppi punti in comune, anzi: schivo e diplomatico fino all’inverosimile il primo, schietto all’eccesso e duro con i suoi (quando serve) l’altro. Ma se guardiamo la situazione, ad anni di distanza la Rossa è sempre allo stesso punto. Ed è grave.

Arrivabene arrivò in piena fase di rilancio della Ferrari in F1, con un Vettel che doveva essere il pilota immagine che avrebbe riportato il marchio italiano in alto, una sorta di Schumacher bis che doveva aprire una nuova era di successi. Dopo un periodo di apprendistato, è nel 2017 e 2018 che la Rossa arriva a giocarsi il Mondiale con la Mercedes, ma il copione è sempre lo stesso: fino a metà stagione la lotta è intensa, con il campione tedesco che tiene testa a Hamilton. Poi però a incidere in negativo sono gli errori del pilota ma anche uno sviluppo non all’altezza della vettura, oltre a qualche errore di strategia, anche se non ai livelli attuali.

Con Binotto invece, in carica dal 2019, si è vissuto uno dei momenti più neri della casa di Maranello in F1, dovuto allo “scandalo-non scandalo” del motore che ha portato a un 2020 in sofferenza per la Ferrari. E solo quest’anno la situazione è tornata alla normalità. O quasi. E se vediamo, oggi come allora, la Rossa sta perdendo il Mondiale per fattori che dipendono in gran parte dalla gestione del team. A questa situazione, Arrivabene e Binotto hanno risposto in maniera diversa: il primo nei momenti topici ha bacchettato in maniera sin troppo dura la squadra (vedi Giappone 2018 quando parlò di ‘troppi ingegneri troppo attenti al computer piuttosto che alla pista), il secondo invece ammette le colpe senza mai però dimostrare che la lezione è servita.

Entrambi però hanno dimostrato che c’è un problema di fondo in Ferrari che, nonostante gli anni e gli uomini permane: una gestione del team che non funziona, in pista e fuori, anche se in parte. Le vetture sono veloci, è vero, si è migliorato tanto sotto questo aspetto, ma è la gestione delle gare e delle emergenze che non va. Allora si decise per l’ennesima rivoluzione, partita con l’addio di Arrivabene. Elkann stavolta farà lo stesso con Binotto? I tifosi Ferrari sperano di sì, ma la questione è ben più articolata di quella che emerge. Vedremo però se questo agosto servirà davvero da lezione alla Rossa. O il destino sarà un copione già visto.