Verstappen non è sereno: quel dato che fa paura dopo Miami

La Red Bull di Max Verstappen può essere serena dopo la vittoria a Miami, ma c’è un particolare che non lascia sereno il campione del mondo.

In questa stagione la Ferrari si è dimostrata la macchina più forte nelle prime uscite, grazie anche ad alcuni problemi di motore della Red Bull che sono stati palesati sia in Bahrain che in Australia, ma ora la situazione sembra essere decisamente migliore con Max Verstappen che a Miami ha ottenuto la terza vittoria stagionale e che gli permette così di avvicinarsi ancora di più a un Leclerc che però può sfruttare una strana coincidenza degli Stati Uniti.

Max Verstappen Red Bull (Ansa Foto)
Max Verstappen Red Bull (Ansa Foto)

Gli Stati Uniti sono sicuramente la nazione più importante del mondo, con lo sport che è sempre stato visto come un qualcosa di essenziale nella vita del popolo a stelle e strisce, ma la F1 non è mai stata in grado di fare pienamente breccia nel cuore della nazione nordamericana, tranne negli ultimi anni.

Le statistiche parlano addirittura di un aumento del 58% dell’interesse degli statunitensi nei confronti della F1 solo negli ultimi due anni e dunque gli sforzi per poter far sì che questo motorsport diventasse noto e amato al grande pubblico finalmente ha funzionato e Max Verstappen ha vinto il primo storico Gran Premio di Miami, con il tracciato della Florida che è diventato così l’undicesimo GP diverso.

Gli Stati Uniti hanno infatti cercato di ottenere quanto più interesse possibile dal mondo della F1 e non è stato per nulla facile trovare una sede definitiva per le proprie gare e così dal 1950 sono state tantissime le sedi e solo in 2 casi su 10 chi ha vinto al debutto nel nuovo circuito poi si è confermato campione del mondo.

Il primissimo circuito degli Stati Uniti fu quello di Sebring, sempre in Florida, con il successo che andò alla Cooper di Bruce McLaren, ma a vincere il Mondiale a fine anno fu l’australiano Jack Brabham, dando così vita a una vera e propria maledizione che è continuata davvero per tantissimi anni.

Il secondo tracciato è stato portato in auge già dall’anno seguente, infatti nel 1960 si è volati in California per poter correre a Riverside e ancora una volta è stata la Cooper di Jack Brabham a vincere il Mondiale, rendendo così inutile la rincorsa del britannico Stirling Moss, l’eterno secondo di quegli anni che fu il primo a trionfare nel nuovo tracciato statunitense.

Verstappen prenda esempio da Prost e Schumacher: gli unici a sfatare la maledizione

La maledizione che voleva i vincitori del nuovo circuito statunitense poi non essere in grado di risultare i campioni del mondo a fine anno continuò anche nel 1961 quando si passò a Watkins Glen, un circuito che rimase per tanti anni attivo in F1 permettendo di correre così nello Stato di New York, ma quell’anno davanti al pubblico di casa non vinse il ferrarista Phil Hill, campione del mondo a fine stagione, bensì il britannico Innes Ireland in Lotus.

Negli anni ’70 ci cercò in tutti i modi di calcare la mano per l’espansione della F1 negli Usa e così si passò a due GP, con Watkins Glen che rimase a rappresentare la parte orientale, mentre Long Beach, sempre in California, la parte occidentale, con Clay Regazzoni in Ferrari che si mise in mezzo alla battaglia per il titolo tra Lauda e Hunt nel 1976 salendo sul gradino più alto del podio.

La tappa orientale cambiò nel 1982 quando da Watkins Glen si passò a Detroit, con il 1982 che vide il debutto nel Michigan con la vittoria che andò al britannico John Watson in McLaren, ma a fine anno, dopo i gravi incidenti dei ferraristi Gilles Villeneuve e Didier Pironi, la vittoria del Mondiale andò al finlandese Keke Rosberg.

Altro giro e altra tappa nel 1984, con Dallas che venne scelta dagli organizzatori seppur per un solo anno, con i piloti che definirono quasi mortale quel GP e nonostante il Mondiale fu monopolizzato dalla lotta interna in McLaren tra Lauda e Prost, quel giorno a vincere fu Keke Rosberg, nella prima e unica volta del circuito texano.

Dopo qualche anno ancora a Detroit nel 1989 venne finalmente sfatata la maledizione della vittoria all’esordio di un GP negli Stati Uniti, con Alain Prost che vinse nell’esordiente tracciato di Phoenix, in Arizona, e a fine anno riuscì anche a prendersi una bella rivincita sul compagno di squadra Ayrton Senna vincendo così il suo terzo titolo iridato.

Negli anni ’90 però gli Stati Uniti si tirarono fuori dai giochi, per rientrarci solo nel 2000 con Indianapolis, una tappa che era abitudinaria negli anni ’50 e che in realtà venne sempre considerata come gara del Mondiale, peccato che vi partecipavano sempre piloti locali e dunque era totalmente ininfluente per l’esito finale.

Nel 2000 dunque ci fu il primo vero Gran Premio con un interesse alle spalle e a vincere fu Michael Schumacher che a fine anno riportò il Mondiale in Ferrari dopo ben 21 anni, prima di fare tappa nel 2012 ad Austin, con Lewis Hamilton che fu il primo a vincere il nuovo tracciato in una stagione per lui maledetta che vide Sebastian Vettel in Red Bull prevalere su Fernando Alonso in Ferrari.

Dunque Max Verstappen può sicuramente essere contento per la vittoria di ieri a Miami, ma le statistiche non portano molto bene, dato che sono stati molti di più i piloti che uscendo vincenti da un nuovo GP degli Stati Uniti hanno poi dovuto alzare bandiera bianca a fine anno.